Intervista sul Counseling ad Arshad Moscogiuri

Intervista a cura di Valeria Bianco per Manage Your Life, marzo 2016.

D - Cos'è il counseling?

Arshad - Una definizione generica può essere quella di incontri nei quali la persona viene messa a proprio agio e riportata a sé per favorire l'identificazione di chiavi per lo sviluppo delle proprie potenzialità, sostenere atteggiamenti attivi e capacità di scelta. Ci sarebbe molto di più da dire e da scoprire, perciò mi limito a una considerazione: il counseling è il risultato della rottura della catena di trasmissione tribale dell'esperienza. Vivendo in modo più umano e naturale, del counseling non ci sarebbe alcun bisogno. Per questo ora invece di bisogno ce n'è parecchio, e sempre per questo auspico che, in futuro, l'umanità non necessiti più di counselor, né di preti e neanche di medici o avvocati. Forse è un'utopia, con la differenza che le professioni note come relazioni di aiuto lavorano precisamente a favore di questa stessa utopia, molte altre invece contro.

D - E cos'è il counseling per te?

Arshad - Nel mio caso, la professione di counselor è nata quale diretta conseguenza del modo in cui vivo, un processo inverso rispetto a chi cambia il proprio modo di vivere attraverso l'approccio al counseling. Nutrire un sincero interesse umano, espandere l'empatia, la compassione, attingere a saggezza ed esperienza, saper attendere e cogliere l'attimo in cui il cuore si apre, la pancia si rilassa, la mente non chiacchiera: vivo il counseling come amore più meditazione, cioè trasformazione. Fondamentalmente, fare counseling per me significa essere un professionista dell'amicizia. Una professione che non erode bensì accresce l'umanità e la sensibilità è una rara fortuna, della quale sono grato.  Da questa gratitudine nasce la perplessità semantica sulla definizione di relazione di aiuto, perchè se il rapporto con l'altro è realmente profondo ed empatico non è facile distinguere chi aiuta e chi è aiutato, quanto si specchia uno e quanto l'altro. Piuttosto, una relazione evolutiva consapevole.

 D - Quali sono le particolarità del tuo approccio?

Arshad - L'attenzione è posta al benessere olistico che, oltre al sistema corpo-mente-emozioni dell'individuo, include le relazioni interpersonali e un sano rapporto con l'ambiente. Dopo più di vent'anni di pratica, si è concretizzato uno stile di counseling personale, diretto, che utilizza parecchi strumenti diversi e si adatta con flessibile informalità alle differenti situazioni. L'obiettivo è l'unità, vale a dire non essere separati né  fuori e né dentro di sé. Per dirlo in un altro modo, essere sani, cioè non frammentati. L'intento è sviluppare i semi di una nuova coscienza, individuale, ambientale e collettiva, che possano sbocciare nella ricerca interiore, nelle relazioni umane, nella società.

 D - A chi sono indirizzati i tuoi incontri?

Arshad - A quelle persone così dette normali che vogliono crescere oltre la media. Il counseling non è certamente per chi ha bisogno di aiuto a causa di seri problemi fisici o psichici, ma è senz'altro per persone che sentono che il solo adeguarsi alla massa non è abbastanza, per chi percepisce che la società è insana e che essere semplicemente adatti a questa significa sopravvivere, non vivere. È per chi vuole avere più benessere della norma, per chi vuole esplorare nuovi e diversi modi di essere. Mi rivolgo a persone che siano pronte ad andare a fondo della verità, a emanciparsi da limiti, timori e catene. Lavoro bene con chi anela a essere unico, non normale.

D - Quali sono i potenziali benefici del post-sessione?

Arshad - Il beneficio maggiore è nelle mani di chi ha ricevuto la sessione stessa, affinchè non sia nelle mani di nessun altro. Sta nella libertà che scaturisce dalla presa di responsabilità di sé, delle proprie azioni e delle proprie relazioni.

 D - Se dovessi descrivere la tua attività scegliendo una poesia, quale sarebbe?

Arshad - Benché l'autoreferenzialità non sia affatto elegante e questa non sia poesia, cito me stesso per antinomica e aforistica coerenza: " Vivere è l'unica ragione per cui valga veramente la pena di morte."